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Setak, il menestrello abruzzese

Il chitarrista e cantautore pennese, con le sue canzoni ha portato il dialetto fuori dai confini regionali. Il prossimo 31 luglio al Porto Turistico di Pescara, il suo concerto all’interno della rassegna di Estatica

a cura di Davide De Vincentiis

Si è ormai affermato come uno dei più importanti cantanti in dialetto a livello nazionale, parliamo di Nicola Pomponi, in arte Setak.

Nato a Penne trentasette anni fa, ha intrapreso giovanissimo la carriera musicale diventando un talentuoso chitarrista. Da poco papà del piccolo Nino, Setak vive tra Roma e Penne dove torna spesso. Nonostante la giovane carriera, vanta già collaborazioni con artisti di primo livello come Fiorella Mannoia, Ligabue, Tommaso Paradiso, Noemi ed il suo concittadino Mimmo Locasciulli, ma non hai mai tralasciato il sogno di un percorso da solista in dialetto abruzzese, arrivano così gli album “Blusanza” nel 2019 e “Alestalè” nel 2021.

Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dal suo concerto a Pescara, che si terrà il prossimo 31 luglio al Porto Turistico alle 21.00.

Nicola, raccontaci un po’ di te e di come è nata la passione per la musica….

“Sono nato in un contesto nel quale la musica era onnipresente: mio padre, infatti, suonava la tastiera e aveva un gruppo rock a Penne. Pertanto, ho iniziato molto presto nel mondo della musica, guidato dal maestro Vincenzo Tartaglia. All’età di sei anni feci il mio primo concerto con il mio gruppo, i MANINA (dal nome dei membri della band, Marco, Nicola e Nazareno) e fino al 2012, circa, sono stato sempre e solo un chitarrista. La mia carriera da solista, quindi, è iniziata molto più tardi; in realtà, avrei voluto iniziare prima, ma sono stato pesantemente ostacolato dalla vergogna. Ho sempre scritto di nascosto, e finalmente, nell’inverno tra il 2016 e il 2017 è nata l’idea embrionale che ha portato poi a definire il Setak attuale.

Quando hai iniziato a cantare in dialetto abruzzese e cosa ti ha spinto a fare questa scelta?

Ad un certo punto della mia vita ho sentito la necessità di essere il più sincero possibile. Ragionando per sottrazione, togliendo una sovrastruttura alla volta, ciò che è rimasto è stato questo: un musicista curioso che ama profondamente la musica, a qualsiasi cultura essa appartenga, ma che ragiona, pensa e vive “in abruzzese”. Il mio primo disco, Blusanza, ha svolto anche la funzione di riconciliarmi con il mio passato. Mi rendo conto che in un periodo storico in cui siamo del tutto distratti dal trovare la propria autentica essenza questa scelta può apparire controproducente ed in controtendenza. Tuttavia, rimango convinto che la vera forza di un artista risieda nella sua individualità.  In questa scelta, come in molte altre, è stata determinante del mio produttore Fabrizio Cesare.

La tua è stata una scelta molto ardua, poichè il nostro dialetto non è conosciuto al di fuori della regione. Qual è il quid che permetterebbe alle canzoni in dialetto abruzzese di ottenere lo stesso successo delle loro controparti in napoletano?

Il quid sta soltanto nella volontà e nel coraggio degli addetti ai lavori del settore. Quando una cosa non c’è, tocca inventarla. Da quel che ho potuto osservare, ritengo che la barriera più grande da affrontare è il fatto che la nostra lingua è stata sempre relegata al ruolo di idioma locale e folcloristico dagli stessi abruzzesi, i quali non hanno mai compreso le potenzialità del loro vernacolo. Nello specifico, a me interessa l’aspetto sentimentale del dialetto, non quello cultural-folcloristico. A mio parere, l’esportabilità sta proprio nel primo aspetto, pertanto non tratterò mai l’Abruzzo in una mia canzone. Dico e canto cose normali, ma allo stesso tempo universali, in quanto condivisibili da tutti.

Nel corso della tua carriera hai collaborato e collabori ancora con grandi artisti come Fiorella Mannoia, Tommaso Paradiso o come il nostro conterraneo Mimmo Locasciulli. Cosa ti hanno insegnato queste esperienze?

Collaborare anche con artisti che sono apparentemente lontani dal tuo modo di intendere e fare musica è una delle cose più interessanti. Non sono una persona “facile”, non collaboro con tutti ma mi piace intercettare le opportunità che possono rappresentare una sfida e che possono insegnare molto.

Sei da poco diventato papà, qual è la prima canzone che hai cantato a tuo figlio?

Biko nella versione di Paul Simon.

Progetti per il futuro?

Tra i molti progetti che ho in mente di realizzare da qui ai prossimi anni, il più importante è quello di scrivere il primo disco “da padre”.

 

 

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