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Dieci anni e qualche giorno dopo…

Sei aprile 2009/6 aprile 2019, anni in cui all’Aquila una faticosa ricostruzione materiale ed economica si è intrecciata con una faticosa rinascita personale e del senso di comunità

Laura Tinari

Dieci anni e qualche giorno dopo quei venti secondi che hanno cambiato per sempre il volto di una città e l’anima di una comunità - perché questo ha fatto il terremoto che la notte del 6 aprile 2009 ha colpito L’Aquila e altri comuni dell’Abruzzo interno -, il capoluogo d'Abruzzo è una città che con fatica, impegno e tanta voglia si sta ricostruendo.

Dieci anni in cui le lacrime che nascono dalle storie personali di ciascuno di noi si sono intrecciate con quelle di una comunità, che unita, ma a volte divisa, ha vissuto lo stesso destino.

Ma il 6 aprile 2009 il sole è sorto ugualmente, illuminando una realtà diversa, nuova. Una città che ha cercato di intraprendere il proprio processo di ricostruzione da subito, dove ognuno laboriosamente ha intrapreso la propria ricostruzione personale, fatta di piccoli ma grandi gesti quotidiani che scongiurassero la fine definitiva di un territorio.

Quella a cui stiamo assistendo è una ricostruzione economica, sociale e materiale, che continua a viaggiare con velocità differenti.

Delle oltre 1.000 attività che avevano sede in centro storico, oggi ne sono tornate - anzi alcune sono nuove - solo un centinaio, per lo più legate alla ristorazione (sono aumentati esponenzialmente il numero di ristoranti, pub, bar che oggi hanno sede in centro), qualche studio professionale, pochi negozi, qualche banca e pochissimi servizi pubblici. E quelle attività che sono tornate soffrono. Soffrono i disagi che quotidianamente i cantieri producono (ma che è giusto che ci siano, perché stanno facendo il loro lavoro nel bene di tutti), il poco passeggio lungo il corso se non nel fine settimana, e poi le scelte, poco scelte, che l’Amministrazione produce a favore del commercio e di chi sceglie di tornare in centro. Una su tutte la misura che ha riportato quel poco di vivacità che oggi c’è in centro è il contestato bando “Fare Centro” destinato alle attività che volessero tornare, a quelle nuove e poi agli studi professionali.

E poi la socialità, c’è una generazione di giovani, quelli che si definiscono “figli del terremoto” che quasi non sa cosa sia il centro storico, non riconosce, o meglio non conosce, la bellezza del frequentarlo, ad esempio per la passeggiata il sabato pomeriggio o per fare i propri acquisti entrando e uscendo dai negozi che affacciano sul corso o sulle vie parallele.

Ma all’Aquila nessuno potrà togliere il suo fervore culturale: musica e teatro ormai non sono più appannaggio solo delle grandi istituzioni, ci sono tante realtà associative, più o meno piccole, che si sono strutturate per portare in città spettacoli di ogni genere. Insieme a chi produce cultura sono cambiati anche i luoghi dove farla: con la perdita di quelli che erano i luoghi simbolo come i teatri - dal Comunale al San Filippo o al Sant’Agostino -, oggi più che mai la musica o la presentazione di un libro entrano nei locali, e il teatro nelle stanze di un albergo.

E poi la ricostruzione materiale: le case, le chiese, i monumenti, gli uffici pubblici in quello che ancora oggi è il cantiere più grande d’Europa. L’Aquila è il quinto centro storico d’Italia per rapporto estensione/numero di immobili vincolati dalla Soprintendenza ai Beni culturali e architettonici. La periferia – più facile da ricostruire – è stata oggetto da subito di interventi talvolta veloci, ma il cuore della Città è oggi che lo stiamo riscoprendo bello, splendente e bianco come non lo avevamo mai visto. Le chiese stanno tornando al loro ruolo di culto e di attrazione del turismo (Collemaggio, San Bernardino, Santa Maria del Suffragio e tra poco anche San Silvestro), ma si sa, sono 99 e ci vorrà tempo ancora. La ricostruzione privata è insomma sulla buona strada, ancora qualche anno – si dice 4 - e ognuno tornerà nella propria casa, per fortuna oggi c’è il Progetto C.a.s.e. ad accogliere ancora chi non è potuto rientrare nella sua abitazione. Ma a continuare a preoccupare è la ricostruzione pubblica, che a causa della troppa burocrazia non parte, se non a piccoli e sporadici passi, come nel caso del Palazzo dell’Emiciclo, dove ha sede il Consiglio Regionale dell’Abruzzo, l’INPS lungo corso Federico II, il tribunale o Palazzo Camponeschi, sede del Rettorato dell’Ateneo aquilano.

Ma L’Aquila è anche il luogo della sperimentazione di nuove tecniche di costruzione o restauro, dello smart tunnel per il passaggio dei sottoservizi (la più grande opera pubblica della ricostruzione, circa 80 milioni di euro) e per il 5G (il capoluogo abruzzese è uno dei 5 progetti pilota per la sperimentazione che sta interessando tutta l’Italia). Tutto ciò può concorrere a fare finalmente dell’Aquila una smart city, se ben portato avanti in una città che ha sempre fatto dell’innovazione e della tecnologia una bandiera, si pensi all’importanza che il vecchio Polo Elettronico nato negli anni ’80 ha rivestito nel tempo; oppure al settore della difesa e dello spazio con multinazionali come Leonardo e Thales Alenia Space o le locali Hi-Tech Elettronica e Elital; o al farmaceutico che anche nel post terremoto ha continuato a investire sul territorio con Dompè, Menarini e Sanofi Aventis. 

C’è soprattutto un’imprenditoria locale che ha sempre creduto in questa città, nel continuare a fare impresa in un territorio “depresso”, che però era ed è il suo.

All’Aquila, come ovunque, il patrimonio industriale è parte integrante dell'eredità culturale della città. La storia di questa provincia non può prescindere da quella delle sue imprese, che, nonostante il tragico evento del 2009, hanno scelto di continuare a investire e credere nel territorio.

Sarebbe stato più facile andare via? Tutti gli imprenditori aquilani in questi anni se lo sono chiesto almeno una volta, ma poi i loro momenti di sconforto hanno lasciato il passo alla voglia di fare e farcela. E infatti sono quasi tutti ancora qui!

All’Aquila c’è grande know how, capacità, determinazione, coraggio: cittadini e imprenditori credono in se stessi e gli altri devono credere in loro, perché L’Aquila è tanto altro oltre le macerie e la rappresentazione che certa stampa nazionale ha voluto fare nel raccontarla in questi giorni è stata sbagliata, tendenziosa e non ha sicuramente avuto lo scopo di aiutare questo territorio nel farsi conoscere né il resto dell’Italia nel conoscerlo.

 

 

 

 

 

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