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Il lavoro che verrà

Alcune riflessioni sul dibattito intorno al diritto del lavoro

Andrea Bonanni Caione

L’anno appena trascorso si è caratterizzato per la definitiva emersione di talune tematiche che coloreranno il dibattito intorno al diritto del lavoro nei prossimi anni, nel tentativo di rispondere alle domande poste dall’avvento di Industria 4.0.: dalla domanda intorno alle conseguenze occupazionali della rivoluzione tecnologica in corso, a quella, connessa, relativa al come gestire i processi di trasformazione in atto, sino alla domanda relativa alla identificazione di una nozione di subordinazione che sappia leggere l’evoluzione in atto. È opinione (o speranza) diffusa che la maggior parte dei posti di lavoro non scompariranno, mentre alcune mansioni verranno meno ed altre saranno accorpate in modo nuovo. Il lavoro umano, anche questa volta, dovrebbe sopravvivere, seppur mutato. Questo imporrà l’esigenza di effettuare forti investimenti in formazione, non solo su specifiche tecnologie, ma anche sulla acquisizione di competenza più mobili, che abilitino i lavoratori ad un apprendimento continuo, che sappia seguire l’accelerazione tecnologica che ci aspetta. Non si tratterà, come in passato, di preparare i lavoratori a lavorare nello stesso modo ma in ambienti diversi (dai campi alla fabbrica, per esempio) quanto di formarli per lavorare in modo sempre nuovo e diverso. Pensare che, in un contesto del genere, l’articolo 18 (in qualunque sua formulazione) possa essere un efficace strumento di tutela dei lavoratori è pura utopia: le trasformazioni tecnologiche implicano l’implementazione di processi di riorganizzazione che, fisiologicamente, porteranno licenziamenti ai quali la tutela reintegratoria non potrà fornire alcun argine. La formazione sarà chiamata a svolgere il ruolo che, nel disegno complessivo dello Statuto dei lavoratori, era assegnato all’articolo 18, e non è un caso che nel rinnovo del CCNL dei metalmeccanici quello alla formazione sia identificato come un diritto soggettivo. Il continuo mutamento tecnologico metterà in crisi le rigidità dei modelli gestionali attuali e solo coloro che avranno investito nella crescita delle proprie relazioni industriali potranno far fronte al cambiamento, potendo sfruttare appieno le deleghe alla contrattazione collettiva di secondo livello. Il Jobs act ha, peraltro, definitivamente confermato il ruolo del contratto aziendale, abilitandolo quale fonte paritaria del diritto vivente in un particolare contesto aziendale e non cogliere questa opportunità può rivelarsi fatale per la piccola e media industria italiana. È evidente, poi, che il rapporto di lavoro subordinato è destinato a mutare di pari passo con il venir meno del tempo e del luogo della prestazione quali elementi necessari del contratto e del loro valore quali elementi distintivi della subordinazione. In questo senso lo smartworking, da eccezione, è destinato a diventare l’archetipo di un modello contrattuale nel quale ci si vincola sul raggiungimento di un risultato, e non sulla messa a disposizione di un tempo predeterminato.

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