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Post-marxismo o populismo? Una (pro)vocazione del filosofo Ernesto Laclau

La riflessione di Simone D'Alessandro sul libro del teorico argentino

A cura di Simone D'Alessandro

«Io credo che il postmarxismo sia in realtà iniziato nel 1848» è la frase di esordio di un piccolo libro-intervista al filosofo argentino Ernesto Laclau, pubblicato pochi mesi fa (maggio, 2018) e dal titolo fatalmente attuale: “Marxismo e populismo”.

Nel corso della sua vita Laclau, scomparso nel 2014, ha oltrepassato numerosi stadi: ex esponente del partito socialista della sinistra nazionale, ex direttore del settimanale Lucha Obrera, ex professore di teoria politica dell’Università dell’Essex.

Noto in tutto il mondo per aver scritto opere come La ragione populista, nel 2008, ma anche Egemonia e strategia socialista, nel 2011, Laclau ritiene che il determinismo economico marxista e la lotta di classe abbiano rappresentato costruzioni ideali, concretamente inapplicabili nelle dinamiche sociali. I marxisti credevano, ingenuamente, che un giorno una vasta massa proletaria omogenea si sarebbe scontrata con la borghesia: la storia del post-marxismo è partita allontanandosi da questa ingenuità.

Laclau passa in rassegna autori che hanno determinato la frattura con il marxismo: Sorel, che all’inizio credette nella classe operaia, ma poi si pentì; Gramsci, che introdusse il concetto di egemonia culturale, prendendo le distanze dal Leninismo; Adorno e Horkheimer, consapevoli del fatto che le nuove forme di sfruttamento sarebbero passate attraverso i diktat dell’industria culturale; Derrida e il suo tentativo di ripensare il passato, decostruendone ogni certezza.

Laclau afferma che il post marxismo è stato e continua ad essere un tentativo di uscire dal “soggetto cartesiano moderno, onnipotente e dominante”. Ma questo tentativo di abbattere il soggetto, crea altri feticci. Egli individua tre illusioni assolute nel XX secolo:  l’illusione del referente, quella del fenomeno e quella del segno che daranno luogo a tre movimenti erranti: la filosofia analitica, la fenomenologia e lo strutturalismo. Tra questi movimenti, molto differenti tra loro, c’è qualcosa di comune: la frattura tra senso e conoscenza. Avere senso non significa conoscere, conoscere non significa sviluppare senso come avveniva in passato.

Che fare? L’autore non ha soluzioni. Mostra solo problemi, come qualsiasi studioso che si rispetti. Forse, si può solo continuare a costruire nuove forme di antagonismo, rimanendo nel solco post-marxista? Ma cos’è il post-marxismo? Una corrente di pensiero che ha prodotto una profonda revisione del marxismo, oppure un vaso di pandora che ha scatenato nuove forme di populismo? Esistono due logiche che strutturano il sociale. La logica dell’equivalenza, quando un sistema sociale cerca forme di omogeneità, per creare un linguaggio comune e valori condivisibili; oppure la logica della differenza che tende a cancellare i legami equivalenti, riducendo ogni fenomeno alla sua specificità. Lenin aveva una concezione della classe operaia immutabile. Tutti gli altri gruppi sociali, differenti, servivano al solo scopo di consolidare il potere della classe operaia. Lo slogan era: “marciare divisi per colpire uniti”. Gramsci aveva rovesciato i termini del pensiero: si poteva al massimo marciare uniti, ma colpendo divisi, ognuno secondo le proprie consapevolezze.

La socialdemocrazia scandinava ha tentato di eliminare ogni forma di antagonismo sociale, cercando di dar vita ad una società completamente omogenea, utilizzando il welfare universalistico come strumento di tale omogeneizzazione. Il risultato non è perfettamente riuscito, a dimostrazione del fatto che ogni società vuole dialettica tra equivalenze e differenze.

Populismo e post-marxismo hanno utilizzato con profondissime differenze i concetti di omogeneità e particolarità, rimarcando l’uno o l’altro a seconda delle situazioni, al fine di produrre un cambiamento del sociale. E oggi?

Da un lato i post-marxisti inneggiano alla ribellione delle moltitudini (essendo scomparse le classi), viste come folle costituite da singole solitudini di esseri umani messi ai margini.

Dall’altro il populismo raduna tutti per combattere il nemico che, di volta in volta, diventa il migrante, lo speculatore finanziario, l’europeista o il relativista. Quest’ultimo tenta di ricostruire omogeneità a partire da piccole patrie di piccolo borghesi.

Ma dietro il populismo c’è il popolo o una comunità immaginata?

Bartezzaghi afferma: «È tipico del giustizialismo essere senza giustizia, così come dell’allarmismo diffondersi in assoluta assenza di allarmi; perché non dovremmo avere, allora, un populismo in assenza di popolo?».

Leggendo Laclau non sono sicuro che chiarirete le differenze tra marxismo, post-marxismo e populismo. Ma di certo oscillerete, senza posa, tra diritto all’omogeneità e la necessità di rimanere particolari.   

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