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Dalla città-mondo alla città-hub

Con la trasformazione delle città le persone diventano vettori o infrastrutture di conoscenza

Nel mondo contemporaneo la città globale coincide con la metropoli, ma non è sempre stato così.

Nel mondo antico una cittadina di modeste dimensioni come Atene, poteva vantare una sua interconnessione con i centri più importanti del globo.

Dal medioevo alla prima rivoluzione industriale, piccole repubbliche marinare come Amalfi, Genova, Pisa o Venezia hanno esercitato il loro dominio culturale o coloniale.

Nelle epoche pre-moderne e moderne queste città, pur essendo autonome, erano legate al territorio. Il cittadino era la misura di tutto ciò che accadeva. I suoi scambi producevano relazioni di comunità e di società. Le città-mondo[1] sono, quindi, sempre esistite.

Ma con l’industrializzazione cambia qualcosa. Nelle metropoli tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, si determina l’avvento di un individualismo massificato e solitario. Nella post-modernità, poi, il modo di costruire le relazioni subisce un’ulteriore mutazione.

Innanzitutto, il sistema economico evolve occupando spazio: a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, le città più importanti del mondo avviano un processo di progressivo allontanamento dai loro stati-nazione e di progressiva destrutturazione dei confini. Esse mutano in sistemi di interconnessione infrastrutturale, contenitori di grandi dimensioni, capaci di disporre di tutto il catalogo prodotti e servizi di cui le culture e le economie del mondo necessitano. Gli individui diventano risorse umane, spendili in attività e classificabili in costi o investimenti.

Le città globali diventano luoghi di aggregazione finanziaria, legale, comunicazionale e di ricerca. Crescono fino a diventare, inevitabilmente, dense e in progressiva espansione, inglobando fette di stati cui non appartengono, assumendo poteri sovranazionali.

Saskia Sassen ha riportato al centro del dibattito internazionale il tema[2], dimostrando che le trasformazioni relazionali e strutturali avutesi tra gli anni Settanta e Ottanta del novecento, hanno determinato la centralità delle città globali (non più città-stato commerciali come accadeva anticamente), in quanto sedi di produzione, servizio, commercializzazione e innovazione di un nuovo modello finanziario e post-industriale.

Negli anni Ottanta del XX secolo, la finanza entra in sinergia con le nuove tecnologie. Allo stesso tempo, la produzione manifatturiera dei paesi occidentali entra in crisi, producendo il cosiddetto fenomeno della delocalizzazione verso periferie di paesi in via di sviluppo.

Le città occidentali post-industrializzate diventano hub internazionali di gestione di tale processo di “svuotamento-spostamento”. Dalle grandi città si governa il resto del mondo dal punto di vista legale, finanziario, pubblicitario, gestionale e inventivo. I distretti industriali dei paesi avanzati, assieme ai loro borghi, cambiano fisionomia: le fabbriche chiudono, il numero di abitanti decresce, i poveri aumentano, la coesione sociale collassa. Le città medie perdono la supremazia produttiva, riducendosi a piccole cittadine o a borghi in stato di abbandono. Le città globali, al contrario, crescono diventando posti di comando per la guida e l’emanazione di politiche che orientano l’economia globale, consolidando nel tempo posizioni di dominio, concentrando le eccellenze pensanti di tutti i settori tangibili e intangibili: «la produzione dell’innovazione tende a rimanere concentrata nei centri leader, che hanno non soltanto le competenze specialistiche ma anche l’influenza per convincere gli investitori a comprare strumenti innovativi»[3]. Le periferie delle città globali vengono rigenerate: «la produzione di spazio in generale e di urbanizzazione in particolare è diventata un grosso affare[4]».

Si attua quello che la sociologia urbana definisce gentrificazione[5]: la classe lavoratrice e il sotto-proletariato urbano vengono spodestati da soggetti benestanti che invadono le immediate periferie delle città per rendere tali sobborghi dei nuovi quartieri in cui creare loft, centri direzionali, start-up, quartieri residenziali etc. I cuori delle città globali inglobano le periferie limitrofe.

A questo punto le vere periferie, povere, si spostano ulteriormente, in alcuni casi allontanandosi totalmente dalle città, occupando luoghi privi di servizi e di opportunità lavorative.

La città globale, in altre parole, marginalizza anche sul fronte interno. Aumentano, quindi, le differenze sociali e il divario tra ricchi e poveri, sia fuori che dentro i confini delle città-mondo.

Secondo il Global Cities Index 2016, nel 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in grandi aree urbane. Dall’altra parte i borghi delle aree montane e rurali, perderanno sempre più abitanti. Metropoli e borgo diventano, nel contesto globale del nuovo capitalismo supply chain, fenomeni complementari nelle relazioni, negli scambi comunicativi e nelle prassi economiche.

Se nelle antiche città-stato e nelle prime metropoli moderne, il cittadino costituiva l’unità di misura relazionale; con l’avvento della città-mondo il potere ruota attorno ad élite cosmopolite.

Con la trasformazione delle città-mondo in città-hub, le persone diventano  vettori o infrastrutture di conoscenza. C’è ancora spazio per un altro modo di vivere, lavorare e trovare una propria e più sostenibile identità?  

 

[1] Sul tema si veda F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, Einaudi, Torino, 2006.

[2] S. Sassen, op. cit., 1997.

[3] S. Sassen, Le città nell’economia globale, Il Mulino, Bologna, 2003, p. 167.

[4] D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano 2011, p. 171.

[5] Il termine gentrification è stato introdotto in ambito accademico dalla sociologa inglese Ruth Glass nel 1964.

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