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focus di Andrea Bonanni Caione | 29 Settembre 2017

Le nuove frontiere del licenziamento economico

Una delle novità: si può licenziare anche per guadagnare di più

"Ai fini della legittimità del licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, tra le quali non è possibile escludere quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell’impresa, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa”. Con questo inciso la Corte di Cassazione ha di recente superato ogni precedente contrasto inerente la motivazione di un licenziamento c.d. “economico”, specificando che lo stato di crisi non costituisce un presupposto necessario della decisione di risolvere un rapporto di lavoro per giustificato motivo oggettivo: a condizione che la riorganizzazione sia effettiva, quest’ultima legittima un licenziamento anche se è stata implementata al solo scopo di conseguire un incremento di redditività dell’impresa. La novità è dirompente. E lo è ancor di più ove la si colleghi con la disciplina di tutela in ipotesi di licenziamento illegittimo, sia che si discorra di art. 18 dello Statuto dei lavoratori, sia, a maggior ragione, che il rapporto sia sottoposto alla disciplina delle cd. “tutele crescenti”; è indubbio che possa cogliersi un deciso ampliamento del potere organizzativo in capo alle aziende, che si trovano a disporre di uno strumento normativo che consente loro di adeguare le proprie strutture produttive alle proprie esigenze, senza più correre il rischio che un provvedimento di un giudice possa porre nel nulla tutto il lavoro svolto. Nel rinnovato quadro regolatorio, infatti, la legittimità del licenziamento, ai fini di un eventuale reintegra, riposa sulla sola sussistenza della motivazione posta a fondamento del licenziamento economico: ove questa non possa essere messa in discussione, il lavoratore risulta privo di ogni possibilità di ottenere dal Giudice un provvedimento che lo ricollochi in azienda. Resta, è evidente, il c.d. “obbligo di repechage” (ovvero l’obbligo di tentare il ricollocamento in altra mansione, prima di procedere al licenziamento) ma la sua violazione, almeno nella lettura sinora più diffusa tra le Corti italiane, comporta esclusivamente un obbligo di tipo risarcitorio. Certo, la rinnovata disciplina del mutamento di mansioni, se da un lato ha riempito di nuovi contenuti l’esercizio del potere direttivo da parte del datore di lavoro, dall’altro ha sicuramente ampliato a dismisura l’obbligo di repechage. Può quindi ipotizzarsi che, in materia di licenziamento economico, se da un lato risulterà sempre più raro leggere provvedimenti di reintegra, dall’altro le condanne risarcitorie diventeranno quasi la regola. Ma questo è un altro capitolo del problema, che merita una autonoma disamina alla quale dedicheremo il prossimo intervento sulla rubrica.

 

 

 

 

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